L’arte di vivere bene

Ed è già settembre. 

Il frontespizio del libro, da Wikipedia

Tornare alla vita di tutti i giorni, per tanti universitari come me, significa anche tornare alle faccende domestiche, alla spesa da fare, alla casa da pulire (ma per quello c’è sempre tempo :-) ) e soprattutto alla cucina. Personalmente penso che l’ostacolo maggiore non stia tanto nel preparare materialmente i piatti, quanto nel fatto stesso di entrare nella forma mentis che ad una certa ora bisogni pensare a cosa mettere in tavola. 

A casa ci pensa la mamma, ma quando sono all’università, si finisce sempre a cucinare le stesse cose (nel mio caso, si va sempre a parare su bastoncini Findus e piselli congelati…).

Nemmeno i libri di ricette riescono però a dare un efficace aiuto. Sempre qualcosa di complicato, un ingrediente strano, piatti magari perfetti per una serata speciale, ma per la cena di tutti i giorni, come fare?

Passando in rassegna quelli che avevo a disposizione, accanto a “Pizze e torte salate”, mi è caduto l’occhio su un volumetto minuto minuto, dall’aspetto poco pretenzioso, con le pagine impolverate di farina. 

Si tratta de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi (1891), uno dei primi libri di cucina che hanno fatto la loro comparsa, ai primi del secolo scorso, nelle cucine italiane, in tantissime edizioni e ri-edizioni, il cui autore, dopo una carriera di particolare successo nei commerci, ebbe la fortuna di potersi ritirare, ancora giovane, a vita di rendita, dedicandosi alle lettere e -chi potrebbe dargli torto- ai piaceri della buona tavola.

Se le sue riflessioni letterarie sono presto cadute nell’oblio, il suo manuale di cucina ha avuto una fortuna inizialmente inaspettata. Come lo stesso autore riferisce nell’introduzione, fu addirittura impossibile trovare un editore, e nei primi tempi, le copie andavano richieste direttamente all’autore.

Oggi, dopo tanti anni, si tratta di uno strumento poco pratico, e merita di essere riscoperto. In particolare, mi è piaciuto addentrarmi in un capitoletto iniziale, quasi una introduzione sistematica al buon vivere, dal titolo “alcune norme d’igiene”. Una particolare accezione di igiene, a cui oggi non siamo più abituati, e che comprende tutte le regole per vivere in salute. Oggi, per dimenticare che “igiene” ha a che fare anche con “sporcizia”, diremmo “benessere”.

E’ interessante leggere queste note, scritte non da uno specialista, ma da una persona che, facendosi portatore di un po’ di scienza infusa e di un po’ di saggezza popolare, dispensa amabilmente consigli al suo pubblico, per sua stessa ammissione, è composto dalle “classi agiate”. Vi si trova un po’ della scienza del tempo e un po’ delle sue mode (talune poi sconfessate nel tempo, ed oggi improponibili!).

Fa impressione, ad un secolo di distanza, sentir parlare di salute. L’autore se la prende con gli ipocondriaci, che si rovinano l’esistenza per ripararsi dai malanni, consigliando loro di darsi alla vita sana, piuttosto che temere sempre “raffreddamenti e bronchiti”. Come dare loro torto, però, in un mondo che ancora non conosceva la penicillina?

Forse era il senso comune a supplire alla mancanza di Paracetamolo e simili, e alcune tra le contromisure ai freddi autunnali proposte sono sicuramente valide: vengono elencati qualche consiglio “della nonna”, come il bel proverbio

Di aprile non ti alleggerire,
Di maggio va’ adagio,
Di giugno getta via lo cotticugno,
Ma non lo impegnare
Ché potrebbe abbisognare.

o il consiglio di non elevare il calore delle stufe oltre i 12 o 14 gradi (oggi a diciannove ci sentiamo già congelare). 

Si prosegue lodando i pregi di una buona ventilazione e insolazione in casa, con un bell’aneddoto che descrive anche efficacemente i canoni di bellezza femminile di fine ottocento:

Compassionate quelle signore che ricevono quasi all’oscuro, che quando andate a visitarle inciampate nei mobili e non sapete dove posare il cappello. Per questo loro costume di vivere quasi sempre nella penombra, di non far moto a piedi e all’aria libera ed aperta, e perché tende naturalmente il loro sesso a ber poco vino e a cibarsi scarsamente di carne, preferendo i vegetali e i dolciumi, non trovate fra loro le guance rosee, indizio di prospera salute, le belle carnagioni tutto sangue e latte, non cicce sode, ma floscie e visi come le vecce fatte nascere al buio per adornare i sepolcri il giovedì santo. Qual maraviglia allora di veder fra le donne tante isteriche, nevrotiche ed anemiche?

Si prosegue a dispensare consigli di piccolo galateo, come il non essere troppo schizzinosi in quanto al gradimento delle portate, mentre una gran parte del piccolo saggio si incentra su un problema che oggi fa sorridere: Artusi, pur lodando la vita rustica della gente semplice, ci descrive le preoccupazioni di chi, non avendo nulla da fare tutto il giorno, si siede a tavola…senza appetito. Allora, consigli su come disporre i pasti nel corso del giorno, con gli usi moderni e antichi sull’orario del pranzo (o meglio, come si dovrebbe dire, della “colazione”, termine che confondiamo sempre…quando il telegiornale dice “Il Presidente ha avuto una colazione di lavoro con tal dei tali” io mi immagino il Presidente che mangia cornetto e caffelatte e tal dei tali invitato al Quirinale alle sette e mezzo del mattino, presumibilmente a digiuno come quando si va a fare l’esame del sangue…). 

Quello della mancanza di appetito doveva essere un gran problema, se ci si dilunga in tecniche, consigli, regole su quando alzarsi da tavola e se si parla di farmaci stimolanti, non solo per eliminare le scorie (altro che il bifidus) ma anche per invogliarsi a mangiare.

Lo sanno anche i gatti, bisogna contenersi e sapere cosa è ben digesto e cosa no, e poi non affidarsi tanto alla tecnica, ai clisteri (!):

il mio carissimo amico Sibillone, quando prendeva un’indigestione, stava un giorno o due senza mangiare e l’andava a smaltire sui tetti.

Le buone regole continuano, fra consigli per la crescita dei fanciulli, troppo viziati (allora i mammoni esistevano già!) e precetti su come alternare attività e riposo.

Il sonno, la regolatezza: questi sì precetti utili ancora oggi, specialmente in vista delle notti più o meno bianche della vita di un universitario. In proposito, una bella citazione poetica chiude il testo:

Chiudo la serie di questi precetti, gettati giù così alla buona e senza pretese, coi seguenti due proverbi, tolti dalla letteratura straniera, non senza augurare al lettore felicità e lunga vita.

Proverbio inglese
Early to bed and early to rise
Makes a man healthy, wealthy and wise

Coricarsi presto ed alzarsi presto
Fanno l’uomo sano, ricco e saggio.
Proverbio francese
Se lever à six, déjeuner a dix
Diner à six, se coucher à dix,
Fait vivre l’homme dix fois dix.

Alzarsi alle sei, far colazione alle dieci,
Pranzare alle sei, coricarsi alle dieci
Fa viver l’uomo dieci volte dieci.

C’è da sorridere tra queste pagine, ma anche da imparare qualcosina. Il testo di tutto il libro, comprese le ricette (anche quelle introdotte talvolta da simpatici siparietti) sono disponibili integralmente su Wikisource.

Buona lettura, e buon appetito, allora!

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