Mi presento: ma io non sono il Prologo. Molto più banalmente, sono Eugenio.

Sono nato a Biella una mattina d’estate di una ventina d’anni fa, e da allora ho la ventura di trascorrere, più o meno placidamente, i giorni della mia vita. Giorni unici e ripetitivi, grigi e colorati.
Tra questi giorni, tanti ricordi schiacciati come i quadrifogli secchi dentro i quaderni.
Sì, proprio come i quaderni, dove ogni tanto bisogna girare la pagina e quella nuova sembra sempre un po’ più bianca, un po’ più rigida e inospitale di quella precedente, ormai piena di scarabocchi.
Una pagina, anzi tante pagine, quelle vissute negli anni del liceo, al Classico, il “G e Q Sella”. Tratti decisi o appena abbozzati, forse qualche cancellatura di troppo.
Non una scuola, una casa. Un po’ disordinata, con un pavimento di linoleum rigato e delle improbabili porte verdoline.
Poi, un giorno, verso la fine dell’ultimo anno, mi sono preso un giorno libero e sono salito su un treno. Mi sono trovato ad Alessandria, e avrei passato la serata seduto su un banco dell’aula duecentodieci di palazzo Borsalino.
Per capire cosa voleva dire andare all’università. Ma anche per godersi un giorno di evasione, alla faccia della maturità imminente.
Il tubone nero dell’aria condizionata, il tetto del palazzo dirimpettaio, con i coppi coperti di muschio. Quella prof con il tailleur verde.
Uscendo, ho avuto una bella sensazione, l’opposto di un deja-vu. Sentivo di aver vissuto un giorno del mio futuro prossimo, un futuro accogliente e irresistibile, anche se il giorno prima sarei tornato a preoccuparmi per l’interrogazione di greco e a fare la simulazione della famigerata “terza prova” dell’esame di maturità.
Passato l’inciso di un’estate, eccomi finalmente al presente. Alla facoltà di giurisprudenza dell’università del Piemonte Orientale, sempre a palazzo Borsalino, sempre a guardare dalla finestra il palazzo davanti all’aula duecentodieci.
A cui però hanno poi rifatto il tetto, e che ora è senza muschio.


