Capolettera automatici in LaTeX

Generalmente, quando si applica un capolettera, il resto della parola che ne è oggetto viene stampato in maiuscoletto. (Wikipedia inglese ne dà questa spiegazione: «In some older manuscripts, the first letter of normal sized text after a drop cap also would be capitalized, as may be seen […] in the original 1609 printing of Shakespeare’s sonnets. This evoked the handwritten “diminuendo” style of gradually reducing the text size over the course of the first line. This style now is rare, except in newspapers»).

Il sistema LaTeX mette a disposizione il pacchetto Lettrine, basato sulla sintassi

\lettrine{L}{orem} ipsum
Il capolettera applicato

Mi pare abbastanza (troppo) scomodo dover scomporre la parola iniziale nei due parametri: è il caso, dunque, di trovare una soluzione automatizzata.

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Vincenzo Latronico, Le perfezioni

Mi ha davvero colpito questo libro, che riesce nell’impresa – apparentemente impossibile – di demolire un vero e proprio mito della contemporaneità: quello della generazione dei “nomadi digitali”, dei “cittadini europei”, iperconnessi, ipersensibili, iperimpegnati.

Era davvero necessario che qualcuno si sobbarcasse una simile impresa, per superare l’immagine melensa che i “millenials” (sarà il termine giusto?) proiettano verso le generazioni più anziane. Bravi ragazzi, lavoratori, senza preconcetti, concreti, resilienti (per usare un termine di moda): una generazione quieta che pare davvero aver messo la testa a posto rispetto ai giovani scatenati di una volta.

L’operazione di dissezione viene portata avanti dall’autore attraverso una prospettiva apparentemente inoffensiva: quella degli oggetti, degli ambienti. Le infinite descrizioni di stanze, tazzine, tappeti, piatti e pietanze conducono il lettore a capire che gli oggetti, con la loro precaria “perfezione” ed il loro inevitabile decadimento, non solo sono i protagonisti della storia, ma anche delle vite dei protagonisti.

Non è materialismo, quanto piuttosto uno “stato materiale”, un paradigma esistenziale che lambisce e pervade la vita di Anna e Tom: una precaria “perfezione” che non muta, non evolve, ma solo si incrina e si ripara. Un’esistenza, in fondo, circolare, in cui la dimensione dinamica si esaurisce così come si rassetta una camera dopo averla messa in disordine.

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Cambiamenti costruttivi

Pur essendo un pessimo lettore, ho sempre amato le biblioteche.

Sono cresciuto in quella del mio paese, ho frequentato a lungo la Civica di Biella, ho imparato a conoscere libro a libro quella della mia facoltà, ho passato lunghi ed improduttivi pomeriggi in quella di Alessandria.

Come tante cose nella vita, però, finita la vita da studente, il mio rapporto con le biblioteche si è interrotto.

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The man in the high castle: fantascienza e poca retorica

In questi giorni ho avuto modo di divorare questa serie, che da tempo desideravo guardare.

Un’esperienza immersiva, che rapisce lo spettatore e lo conduce, senza mai essere stucchevole, da un mondo di fantastoria (una realtà in cui le potenze dell’asse vincono la seconda guerra mondiale, spartendo l’america tra Germania e Giappone) ad una realtà puramente fantascientifica.

L’adattamento cinematografico pare si sia concesso molte licenze rispetto alle finezze del romanzo da cui la storia è stata tratta. Poco male: la cura della fotografia, spinta fino ad una maniacale selezione delle luci e dei colori, vi sopperisce fino a diventare una vera protagonista dell’opera.

La figura di John Smith, un vero cattivo senza redenzione, è davvero magistrale: forse poteva essere indagata maggiormente, ma si sarebbe corso il rischio di renderla più umana. Tanti i richiami, sapientemente mescolati, alla dialettica del Processo di Norimberga e alla “banalità del male” della Harendt.

Poca, pochissima retorica: anzi, un tratto di sobrietà che, accostato ad un’opera di questo tipo, è davvero un complimento.

Cagare e morire

Ogni tanto mi capita di frequentare case di riposo: mi sono interrogato sul perché tante persone anziane, fragili ma ancora in discrete condizioni di salute, varcata la soglia del ricovero, improvvisamente, e forse inaspettatamente, prendano una china che li porterà a miglior vita in un tempo brevissimo.

Ne ho parlato con un amico con esperienze nel settore, che mi ha dato una spiegazione: eccola.

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Il rapporto Giannini

Il “Rapporto Giannini” è un progetto di riforma della Pubblica Amministrazione presentato al Parlamento nel 1979 dall’allora ministro della Funzione Pubblica Massimo Severo Giannini.

Si tratta di un testo – forse visionario per l’epoca – al tempo poco considerato dalla politica, ma che anticipa molte riforme che hanno trovato compimento negli anni successivi.

Si tratta di una fonte importante per lo studio della storia delle istituzioni italiane.

Ma non è del merito che voglio parlare (non ne avrei la competenza), ma del testo stesso. Ne esiste in rete solo una copia, assai bruttina, tratta da una veloce digitalizzazione di uno stampato originario: non è comoda da consultare per studiosi e studenti.

Ho pensato, quindi, di impaginarle per bene il “rapporto” e di metterlo, da qui, a disposizione di tutti.

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Guest post / Matteo Zaccaro: il valore del Liceo Classico

Ho il piacere di ospitare uno scritto del mio amico Matteo Zaccaro, appassionato cultore della classicità, oggi studente di lettere classiche (o qualcosa del genere) presso la Sapienza di Roma.

Matteo Zaccaro
Matteo Zaccaro

Per Matteo ho già avuto il piacere di contribuire a pubblicare in self-publishing il suo primo libro, “Nulla di personale”, in cui viene raccontata, con leggerezza e profondità, la sua esperienza di formazione e l’incontro con la realtà del bullismo scolastico.

Il tema odierno è quello del valore del Liceo Classico nel mondo di oggi: una domanda che più o meno tutti gli allievi od ex-allievi, alle prese con i sacrifici richiesti dallo studio prima o poi finiscono per porsi. La causa prossima dell’intervento, però è dato dalla notizia secondo la quale l’Università di Oxford starebbe considerando di eliminare dai propri programmi lo studio di Omero e Virgilio ed altre polemiche giornalistiche intorno al valore ed all’interpretazione dei classici.

Ma lasciamo spazio al nostro ospite.

***

Qualche giorno fa, guardando il calendario, mi sono reso conto che tra qualche giorno  saranno dieci anni da quando ho iniziato il ginnasio. Mi è sembrato perciò opportuno  chiedermi, considerando quanti e quali siano i cambiamenti che avvengono tra i  diciotto e i ventiquattro anni, e ancor di più quelli tra i ventiquattro e i quattordici,  “quale utilità ha avuto per me il liceo classico?”, e “ha ancora senso, nel mondo dei  social e dell’ipertecnologia, dei telefoni che si connettono con i satelliti, una scuola in  cui si imparino il greco e il latino?”; il tempo trascorso dal quattordici settembre  duemilaundici mi sembra sufficiente per una riflessione a bocce ferme, da un lato, e,  dall’altro, le impressioni sono ancora vivissime e i ricordi abbastanza freschi per essere  facilmente rievocati. 

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Leggendo “Traditionis custodes”

Ho accolto, al mezzogiorno di venerdì 17 luglio, la pubblicazione del motu proprio “Traditionis custodes” con un profondo senso di scoramento.

Il documento papale, che sopprime la possibilità di celebrare la messa nel “rito antico”, ovvero anteriore a quello entrato in vigore nel 1970, così come già ammesso e disciplinato dal motu proprio “Summorum pontificum” emesso il 7.7.2007 da Benedetto XVI, è un documento di particolare durezza, davvero inconsueta in una disposizione universale della suprema autorità della Chiesa: ciò non soltanto per i toni di severa reprimenda contenuti nel provvedimento e nella lettera accompagnatoria, ma soprattutto per il chiaro intento di natura radicalmente demolitoria. Per quanto riguarda l’ambito liturgico, mi è parso di tutta evidenza il parallelo con il motu proprio “Ministeria quædam”, emesso da Paolo VI il 15.8.1972, che, nel riformare l’istituto dei ministeri istituiti, dispone – con una vis a mio avviso sin qui ineguagliata – l’eradicazione, nella pratica e nella dottrina, degli ordini minori.

Ma la storia e la vita della Chiesa sono fatte anche di dolorose potature. Non resta che prendere atto della realtà, in necessario spirito di obbedienza: «Roma locuta, causa finita»

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La cura dei moribondi

In quest’anno di pandemia il mio pensiero è andato più volte ad un volumetto reperito dall’amico Alessandro e che mi aveva sin da subito incuriosito, tanto da volerlo digitalizzare per farlo conoscere agli amici.
Si tratta di un piccolo “prontuario”, poco più di un appunto, relativo alla cura religiosa dei moribondi.
Rimasto per un po’ di tempo nel cassetto, ho deciso di condividerlo anche qui: trattandosi di un argomento un po’ forte, riporto di seguito la mia “introduzione” esplicativa.

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Giuseppe Pietro Gagnor, vescovo di Alessandria

Questa estate ho dedicato qualche tempo all’approfondimento della figura di Giuseppe Pietro Gagnor, O.P. (Frassinere, 16 ottobre 1886 – Roma, 4 novembre 1964), domenicano e vescovo di Alessandria.

Davvero poche sono le testimonianze presenti su Internet di questo importante testimone della Chiesa alessandrina: ho pensato quindi di iniziare, quantomeno, la stesura di una pagina su Wikipedia.

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